STREAM OF… GABRIELE RICCIARDI

Provi a stare disteso sul letto a guardare il soffitto. La fa facile il mio psicoterapeuta. Io che sono sempre così iperattivo, probabilmente per non pensare, come faccio a starmene a pancia in su? Ok proviamo. Sono qua da circa cinque minuti e già comincia a venirmi l’ansia. Poi sto vedendo che sarebbe ora di dare una bella mano di bianco. A dire il vero il muro della mia camera è celeste, quasi blu. L’avevo scelto di questo colore perché, dicono, rilassa. Con me non ha mai funzionato. Ed ecco ci risiamo. Iniziano i pensieri su quello che devo fare. Come se qualcuno mi obbligasse a fare qualcosa. Come se dovessi sempre rendere conto. Poi mi perdo pensando e porto a compimento gran poco. E di tempo adesso ne avrei. Cassa Integrazione. Una parola che riempie bene la bocca, le tasche meno. Passarla rinchiusi in casa poi… Eh già c’è il Covid-19. Il virus ferma-mondo. Non uscire se non per cose necessarie. Non vedere amici e famiglia. Non abbracciarsi. Non baciarsi. E non fare nemmeno sesso. Già. Proprio adesso che avrei anche con chi farlo. Matilde. Splendidi occhi azzurri puntatemi in faccia la notte di Capodanno. Ah Matilde, quanto vorrei che tu fossi qui ora. Provi a stare da solo. Rieccola la voce del dott. Zeno che ritorna. Io da solo? Un animale sociale come me? Ma ti sembra? Guardare il soffitto, stare da solo. Uffa. Se guardo il soffitto e sto da solo poi iniziano i pensieri. Un flusso interminabile. Mi vengono in mente le cose più assurde. Ricordi che non sapevo nemmeno di possedere. Vedo il volto di mio padre. Subito dopo anche quello di mia madre. Ho nove anni e sto per fare la Prima Comunione. Eccomi qui con il mio completo blu. Mi hanno messo pure la cravatta. Non la voglio mettere. Mi stringe il collo. Toglietemela per favore. Piango. Strillo. Niente. Mamma che mi dice che sembro un ometto e sono bellissimo. Papà che mi sgrida perché solo le femminucce piangono. Noi maschi non possiamo mai commuoverci. Ma noi le emozioni non le abbiamo? Se adesso fosse vivo e vedesse donne che fanno lavori “maschili” e uomini che si vestono di rosa pur non essendo omosessuali m’immagino la disapprovazione sul suo volto. Ma lui questo mondo moderno non ha fatto in tempo a conoscerlo. Se n’è andato quando avevo quindici anni. E adesso che ne ho quarantacinque, dopo trent’anni, la mancanza si senta ancora. Eccome. Ricordo perfettamente quella mattina. Sento ancora le grida della mamma. Quelle dei nonni. Mi hanno trascinato via di peso. Io invece è là che volevo stare. Com’era possibile? La sera prima avevamo scherzato e parlato. Poi, dal giorno dopo, non l’avremo più fatto. Cosa sente in questo momento? Che domanda. Cosa vuoi che senta! Tristezza, malinconia, mancanza e paura. Paura? Sì quella dell’abbandono. E io dovrei continuare a stare qui disteso da solo sul letto per farmi venire sti pensieri? No, no. Adesso mi alzo. Ho un sacco di cose da fare. Devo chiamare anche mia sorella. Deve? Sì, devo. Non posso lasciarla sola in questo momento. Ha appena iniziato la chemioterapia. Cancro al seno. Un’altra parola che riempie la bocca e, stavolta, anche gli occhi. Di lacrime. Come? Io? Gabriele Ricciardi? Un uomo tutto d’un pezzo che piange? No, no. Io adesso salto giù dal letto. Lasci uscire le emozioni. No, non voglio. Le emozioni sono brutte. Anche quelle belle. Perché non restano mai. Arriva sempre qualcosa o qualcuno che te le distrugge. Ho incontrato Matilde. Sono felice. È la donna perfetta. Sono al settimo cielo. Ecco. Mia sorella mi chiama. Sento la voce rotta dalle lacrime. “Gabriele, ho il cancro. Ho paura. Stammi vicino”. Felicità interrotta. Sembra passato così tanto da quella telefonata e invece, appena due mesi. Intensi. Controlli. Chemio. I capelli rasati. È sempre stata fiera dei suoi lunghi capelli ricci. Da bambina piangeva ogni volta che mamma tentava di pettinarglieli. Correva da me. Il suo fratellone. Ho solo tre anni in più di lei ma è come se fossi molto più vecchio. Si è sempre sentita protetta da me. Soprattutto dopo la morte di papà. E io, che l’ho chiesta incessantemente ai miei genitori, l’ho sempre difesa e protetta. Essere figlio unico non mi piaceva già a due anni. I miei genitori per farmi contento, si sono dati da fare altre due volte. E dopo Giorgia, sono arrivati Giacomo e Giovanna. Eh già, tutti con la “G”. Mia mamma che di cognome fa Giacomazzi, voleva lasciare qualcosa ai suoi figli che lo ricordasse. Quando papà è morto, Giorgia avena dodici anni, Giacomo cinque e Giovanna tre. Così eccomi catapultato da essere figlio a essere capofamiglia. Un bel lavoro a quindici anni. Lacrime? Ancora? No, no. Io adesso mi metto a tinteggiare la stanza. Quante cose posso fare in questo periodo. Il garage da sistemare, cose da buttare, cassetti da svuotare, stanze da riordinare… Si prenda del tempo per sé, legga un libro, guardi la TV e stia rilassato. Anche no. Se mi rilasso troppo poi penso. Pensare fa venire alla mente certi ricordi. Mi sembra ancora di sentire la voce di quella stronza della mia ex-moglie: “Gabriele, sono incinta. Ho incontrato un altro. Mi fa sentire bene.” C’aveva ragione Marco Ferrandini quando cantava che se ami troppo una donna poi ti lascia. Ho sempre fatto quello che mi diceva. L’ho assecondata in tutto. L’unica cosa che non sono riuscito a darle è un figlio. Non posso averne. Le avevo proposto l’adozione o l’inseminazione. Non ne ha voluto sapere. Dice che devono venire naturalmente. Poi ecco. Ha incontrato uno con spermatozoi galoppanti e mi ha salutato. Dopo il suo abbandono mi sono buttato in avventure e ho fatto soffrire molte donne perché non volevo più impegnarmi. Poi è arrivata Matilde. Maledetto Covid-19 che non me la fai toccare. Almeno me la fai vedere. In videochiamata. Sempre meglio di niente. Evviva le nuove tecnologie! Fosse successo anni fa, avremmo potuto sentirci solo al telefono. Una delle prime cose che le ho detto quando ci siamo incontrati è che non posso avere figli. Lei che di pargoli ne ha già due mi ha risposto che non aveva nessuna intenzione di sfornarne altri e poi a quarant’anni ormai era tardi. Oltre alla mamma, anche le due creature hanno reso la mia vita migliore. Li ho conosciuti subito. Enea di dieci anni e Penelope di otto. Nomi ispirati ai classici greco-latini. Inevitabili per una laureata in lettere antiche. Come vorrei fossero qui. Provi a stare da solo. Sono più di quindici giorni che sto da solo! Non basta? Non ci so stare da solo. Mi agito. Mi viene l’ansia. Devo per forza trovare qualcosa da fare. Deve? Sì, devo. Perché emergono emozioni. E le emozioni sono brutte anche quelle belle. Non durano. Non posso perdere il tempo in questo modo. Saranno quindici minuti che sto pensando. Mi giro. Guardo l’orologio. Non posso crederci. È già passata un’ora da quando mi sono disteso sul letto a guardare questo soffitto celeste, quasi blu, da ritinteggiare e sto bene. Non sento poi così tanta ansia. Vuoi vedere che il mio psicoterapeuta ha ragione? Brutto bastardo.

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